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8 Marzo 2021

Amadeus e Fiorello hanno condiviso l’intenzione di non riproporsi – salvo improbabili ripensamenti- per una terza edizione consecutiva del Festival di Sanremo nonostante un invito in tal senso dell’Amministratore Delegato della RAI, Fabrizio Salini.  Saggia decisione, nella consapevolezza che la legge dello spettacolo non ammette che un evento possa ripetersi con le stesse modalità di prima. Un evento televisivo è tale, appunto, se non ripetuto nel tempo e soprattutto se è in grado di produrre attesa e sorpresa: qualcosa di unico e irripetibile.

Si dirà che il Festival della canzone italiana è comunque già di per sé un evento. In verità non è così. Diventa evento nel momento quando è in grado di rappresentare, ogni anno, una vera novità ed un incontro unico ed originale tra canzoni e spettacolo televisivo. Il termine utilizzato frequentemente per connotare la discontinuità è “Disruptive”: spiazzante, dirompente, sensazionale, eccezionale, senza precedenti. Scegliete voi il termine più appropriato.

Per questo motivo bene hanno fatto Amadeus e Fiorello ad escludere un loro ritorno l’anno prossimo al Teatro Ariston di Sanremo. Hanno dato tutto quello che potevano, hanno inventato tutto ciò che era possibile nell’ambito del loro vasto repertorio. E lo hanno fatto con coraggio, determinazione, grande professionalità ed un pizzico di incoscienza.  Hanno sfidato la pandemia ed hanno portato nelle case degli italiani cinque serate di spettacolo. Fiorello ha dimostrato ancora una volta quello che tutti sapevamo. E il più grande showman italiano. Inarrivabile. Di più non si può fare.

Non sono tra coloro che amano giudicare un prodotto rispetto al risultato di ascolto perché ne svilisce la lettura. Ma poiché questo parametro (che  costituisce purtroppo un riferimento essenziale per gli addetti ai lavori e per i media) resta uno dei principali indicatori nel sistema della comunicazione, sono state date molteplici letture rispetto ai risultati, inferiori alle attese, del Festival 2021.

Il mio punto di vista è che questi risultati siano addebitabili, oltre ad una serie di condizioni ogettivamente penalizzanti, anche al fatto che quest’anno la manifestazione non sia stata percepita come evento, in assenza di quel concetto chiave che è l’essere disruptive, e che l’effetto “maratona” (per la durata delle serate) non abbia giovato al “pathos” della gara.

Partiamo dai risultati.

Gli ascolti dell’intera edizione 2021 ci dicono molte cose. L’ascolto medio delle cinque serate è stato di 8.305.000 telespettatori con uno share medio del 46,8%. Rispetto all’edizione precedente, sempre targata Amadeus-Fiorello rileviamo 1.551.000 telespettatori in meno con una riduzione dello share pari all’8,5%. La platea televisiva – cioè le persone che hanno guardato tutti i programmi in onda nella fascia oraria del festival- è stata di 17.738.000 ascoltatori, sostanzialmente in linea con i 17.832.00 dell’anno precedente. In questo contesto appare di interesse il fatto che l’età media del pubblico che ha seguito la manifestazione è diminuita notevolmente: 53 anni in questa edizione rispetto ai 54,4 anni dell’anno scorso. Non approfondisco gli ottimi risultati delle interazioni social e del mondo digital di Rai Play perché meriterebbero un articolo specifico. Si è trattato come di un boom digitale in tutti i sensi rivolto ad un pubblico giovane che non frequenta abitualmente il marchio RAI.

La durata

Il Festival è durato complessivamente 1.330 minuti nelle cinque serate. Per gli appassionati di statistiche si tratta esattamente di 7 minuti in più rispetto alla edizione precedente. Dunque una media di 266 minuti a serata, cioè circa quattro ore mezza di diretta a cui va aggiunto Sanremo Start che precede il Festival vero e proprio (nonostante ne faccia parte) per circa mezz’ora ogni sera. In tutto dunque 5 ore di diretta dal Teatro Ariston per un totale di 25 ore dal martedì al sabato. Dalle 21 alle 2 di notte (salvo sforamenti nelle ultime due serate). Da qui l’effetto maratona,

Per proseguire con criteri corretti l’analisi è opportuno tenere conto degli elementi oggettivamente penalizzanti che potrebbero avere influito sul risultato di ascolto. Ricordiamo infatti che i Festival dal 2015 al 2020 precedono in classifica quello del 2021.

Gli elementi penalizzanti:

lo stesso schema di conduzione (il duo Amadeus-Fiorello);

il teatro Ariston senza pubblico (elemento di calore essenziale per questa manifestazione);

l’assenza di ospiti internazionali di grande richiamo (non per scelta ma per impossibilità oranizzative);

la contemporaneità della messa in onda su SKY e DAZN delle partite del campionato di Serie A (l’anno scorso fu scelta una settimana senza il calcio infrasettimanale);

la scelta di puntare su nuove generazioni di cantanti, meno noti o sconosciuti al tradizionale pubblico della tv generalista (il pubblico di Rai1 ha una età media di 59 anni);

la fruizione crescente di nuove piattaforme tv quali Netflix, Amazon Prime Video e Disney +  (+ 30% di abbonamenti rispetto al 2020);

il senso di smarrimento e di preoccupazione che occupa la vita di tutti noi in questa fase di pandemia (e la conseguente diversa propensione ad essere intrattenuto).

 

Abbiamo dunque messo insieme vari fattori: gli ascolti (in calo), la durata (eccessiva) e gli elementi penalizzanti che potrebbero aiutarci ad individuare i motivi di questa parziale disaffezione del pubblico televisivo.

Ma tutto ciò non basta. Occorre approfondire ulteriormente e tornare al concetto di evento/non evento per individuare le cause del minore ingaggio con il pubblico rispetto alla stessa edizione dell’anno precedente. Ecco mi sono tradito. Forse è proprio l’aggettivo che involontariamente ho usato (“stessa”) che ci soccorre nel capirne di più.

Treccani ci spiega che per stesso si intende “che è proprio quello, che non è diverso o altro da quello di cui si parlava o a cui si allude” e può riferirsi anche a “fatti che si ripetono in modo uguale o simile, fino alla noia”.

Per essere chiari non mi sono annoiato nel seguire le oltre 25 ore di diretta in cinque serate consecutive su Rai1 e non ritengo che sia stato lo stesso festival dell’anno scorso. Fiorello in particolare ha saputo inventare e reinventare con capacità e misura straordinari. Ma ho avuto la netta impressione, in alcune parti, di “deja vu”, di ripetizione di uno schema che avevo già seguito e metabolizzato nella scorsa edizione, a partire dal duo di conduttori, bravissimi quanto si vuole ma sempre loro come elemento centrale con figure di contorno non rilevanti ai fini del “fare squadra” ad eccezione di Ibrahimović, utilizzato come elemento seriale in veste ironicamente autoreferenziale.  I testimoni dell’universo femminile scelti tra attrici, modelle, giornaliste, donne della cultura, sono apparsi come elementi talvolta estranei alla manifestazione (non è il caso di Matilda De Angelis) e di puro contorno.

Lo stesso schema di gioco dell’anno scorso incentrato sulle due “punte” di conduzione ha probabilmente inciso sulla percezione di mancato evento e su una parziale disaffezione del pubblico. Un po’ come successe con l’edizione 2014 di Fabio Fazio con Luciana Littizzetto (all’epoca ero Direttore di Rai1) dove tutto ruotava intorno a loro come era avvenuto l’anno prima perché ripeteva lo stesso schema. Anche in quel caso gli ascolti furono deludenti nonostante l’ottimo impianto narrativo dello spettacolo. Anche in quel caso l’evento non fu percepito come tale perché troppo simile a quello precedente del 2013.

Un altro elemento determinante per connotare come evento il Festival è la gara ed il pathos della competizione.

Quest’anno 26 cantanti “big” e 8 “nuove proposte” si sono affrontati nel corso delle cinque serate: 34 in tutto.  Troppi? Non è questo il punto. Semmai c’è da chiedersi se la carica emotiva, di partecipazione e di tifo per la gara siano stati vissuti dal pubblico a casa così come l’anno vissuta i concorrenti. La gara è l’essenza centrale del festival e connota e demarca i confini tra uno spettacolo televisivo e un evento musicale unico nel suo genere.

In questo Festival la gara è stata avvertita realmente soltanto nelle ultime due serate. Perché? In cinque ore di diretta televisiva, ogni sera, circa la metà del tempo è stata dedicata alla gara vera e propria e l’altra metà ad altri elementi di spettacolo (i duetti verbali tra i conduttori, gli stand-up comici di Fiorello, le co-conduttrici al femminile, i tanti ospiti musicali, i “quadri” di Achille Lauro, i testimoni delle diverse realtà sociali e culturali, le promozioni televisive, i revival, le reunion, ecc.).

Chi ha seguito il Festival soprattutto per la competizione si è inevitabilmente perso tra i tanti elementi di spettacolo che hanno protratto fino a tarda notte la manifestazione e chi lo ha guardato soprattutto per lo spettacolo può essere rimasto parzialmente deluso dall’assenza di quegli elementi di sorpresa e di eccezionalità a causa della ripetizione dello stesso schema 2020.

Se ciò è avvenuto lo si deve ad una scelta artistica ben precisa: rendere il festival una maratona. Prolungarlo il più possibile fino ad uscire perfino dallo schema degli ascolti Auditel (la serata finale si è chiusa alle 2.39, ovvero 39 minuti dopo la chiusura delle rilevazioni d’ascolto riferite a sabato 6 marzo).

La maratona appartiene ad une delle più nobili discipline olimpiche. Nel caso del Festival la fatica dell’atleta equivale inevitabilmente allo sforzo del telespettatore. E non tutti reggono il ritmo. Soltanto per fare un esempio. Nella finalissima di sabato circa 13 milioni di spettatori (ascolto medio) hanno seguito la serata fino alle 23. Un numero importante da non sottovalutare. A mezzanotte erano rimasti in 10 milioni. Sempre tanti. All’una di notte erano in 7 milioni ed alle 2 in (soli) 5 milioni. Dai 13 milioni iniziali ai 5 milioni finali il saldo è consistente: 8 milioni di persone non ce l’hanno fatta ad attendere l’esito della gara (se erano interessati alla competizione) o dello show (se erano interessati all’intrattenimento).

Queste considerazioni portano alla conclusione che il Festival di Sanremo 2021 è stato un grande spettacolo televisivo, onorato da eccellenti professionisti con il contributo del più grande showman italiano, prodotto dall’eccellenza editoriale e tecnica della RAI, realizzato tra enormi difficoltà organizzative dovute alla pandemia in corso. Di questo non possiamo che rendere merito al servizio pubblico ed alla sua capacità di trasmettere una maratona televisiva con standard elevatissimi nonostante tutto e tutti. Non è stato un fallimento, anzi. E chi attribuisce al festival l’etichetta di flop sbaglia di grosso. Di questi tempi realizzare un simile show è impensabile, salvo per il Festival appena concluso. Dunque “grazie” a chi ha avuto il coraggio e la capacità di condurlo in porto in questo modo.

La capacità di generare l’evento e di farlo percepire come tale è stato invece l’anello debole della catena, a cui si aggiunge la sottorappresentazione della gara vera e propria, ovvero l’anima del concorso. E di questo, per la prossima edizione, la RAI dovrà tenerne conto per spiazzare ed incantare con il Festival 2022.

Chi sarà il Direttore artistico è come verrà realizzato lo si saprà molto più in avanti. A me non resta che ricordare ciò che ho detto più volte in passato. Un festival della canzone in poco più di tre ore per sera si può fare, rendendo protagoniste assolute le canzoni in gara e restituendo a Sanremo tutto il senso della competizione canore per cui nacque 71 anni fa. Dalle 21 a mezzanotte o poco più in là.

Occorre ricostruire e riprogettare, e per farlo la prima regola è partire dagli elementi essenziali e poi lavorare su quelli accessori, da tenere però a freno.

E qui di essenziale c’è una sola cosa su cui puntare: le canzoni.

Tutto il resto viene dopo e senza eccedere, se possibile.