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7 Luglio 2017

Il compenso delle prestazioni artistiche in Rai continua ad essere al centro del dibattito politico. Il recente accordo economico e produttivo quadriennale per portare Fabio Fazio a Rai1 è l’argomento principale ma non unico. Tutto nasce da una legge dell’autunno 2016 che ha imposto un tetto di 240 mila euro ai compensi di dipendenti, collaboratori e consulenti del servizio pubblico radiotelevisivo,  di cui non era chiara l’applicazione anche per gli  artisti. I Ministeri dell’Economia e delle Finanze e quello dello Sviuppo Economico, sulla base anche di un parere dell’Avvocatura dello Stato, hanno chiarito che la norma non si applica alle prestazioni artistiche ed hanno richiamato la Rai a dotarsi di un regolamento chiaro ed ineccepibile anche sotto il profilo della congruità dei costi.

Da qui l’accordo della Rai con Fazio che stava per lasciare il Gruppo. Da più parti si è gridato allo scandalo, sono stati mandati esposti alla Corte dei Conti e all’Anac, sono in corso proposte di indirizzo in Commissione Parlamentare di Vigilanza.

Senza voler sminuire l’interesse e la necessità di questo dibattito, mi chiedo se non sarebbe più utile dedicare tanta energia e sforzo propositivo sul tema più generale di cosa debba realmente essere il servizio pubblico multimediale, di quali risorse debba beneficiare (miste, come ora, o soltanto pubbliche come in gran parte d’Europa), qualle missione prevalente debba avere, con quali priorità editoriali debba svolgere il suo ruolo di volano del sistema dell’audiovisivo e con quali rinnovate regole di governance e di controllo.

Manca un anno alla scadenza dell’attuale vertice aziendale. Spostare il dibattito dal compenso di Fazio al futuro della Rai consentirebbe a tutti (critici ed estimatori) di fornire il loro contributo per una necessaria ed auspicata riforma derl servizio pubblico che potrebbe così diventare uno dei punti chiave dell’azione programmatica del governo che uscirà dalle elezioni legislative del 2018. l’attuale vertice, oltre alla gestione dell’Azienda, potrebbe fare la propria parte istruendo i temi centrali e proponendo una serie di importanti riforme a partire dal nuovo piano sull’informazione.

Per la politica è più facile parlare di un tema come il compenso di un artista e cavalcare l’ondata di demagogia imperante che proporre un progetto di vera riforma. Se invece si entrasse nel merito di che cosa debba essere oggi un servizio pubblico – in un sistema multimediale in grande evoluzione industriale e tecnologica-  si potrebbe poi anche affrontare, con maggiore consapevolezza e cognizione di causa, il tema dei compensi ammesso che sia ancora attuale. Sulla base della missione che le verrà affidata la  Rai di domani sarà interamente finanziata dal canone o manterrà il sistema misto di canone e pubblicità o potrrebbe essere addirittura privatizzata, e da queste decisioni dipenderanno anche le regole di ingaggio ed il rapporto con il mercato.

Sarebbe auspicabile un vero e produttivo dibattito politico e istituzionale su questi temi, aperto a tutti. Anche se è più facile parlare di Fazio e dei compensi delle star televisive. E di questi tempi i temi complessi vengono continuamente rinviati. In un clima di attesa che sembra il paradigma del nostro Paese.